Il viareggino che allena la mente dei calciatori

Articolo pubblicato su Il Tirreno il 20 ottobre 2017
Da giornalista televisivo a mental coach: la carriera di Stefano Tavoletti «Il mio mestiere? Aiutare gli atleti ad ottenere il massimo del proprio potenziale»
di Massimo Guidi

VIAREGGIO. Stefano Tavoletti è sempre stato affascinato da tutto quello che riguarda la mente umana, già dai tempi (fra la fine anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso) in cui collaborava con un’emittente televisiva versiliese ed intervistava i calciatori a fine gara. A polarizzare la sua attenzione – più che le cose tecniche – erano certe frasi che sembrano preconfezionate come «non siamo mai stati in partita» oppure «abbiamo avuto un calo di concentrazione» o «non abbiamo trovato le motivazioni giuste», ma che invece a suo avviso celavano un disagio mentale.

Cinquantatrè anni, viareggino doc, Tavoletti vive da oltre 25 anni a Reggello, in provincia di Firenze, dove ha messo su famiglia. Ma la sua idea di iniziare ad allenare la mente degli sportivi – o come si dice adesso con un termine anglofono il mental coach – è iniziata in riva al mare, parlando con l’amico Massimo Lucchesi, allenatore ed editore di libri sul calcio. Un’idea che lo ha portato ad essere in Italia uno dei pionieri di questa disciplina. «Tutti parlano di schemi – gli ho detto – ma il 90 per cento del risultato di una prestazione sportiva dipende innanzitutto dalla forza mentale. Che piaccia o no. Il piede calcia il pallone ma è la mente a guidarlo».

Un ragionamento che piace a Lucchesi il quale lo invita a scrivere un libro: «In verità lo avevo già nel cassetto e così nel 2006 è uscito Motivare per vincere al quale ne seguiranno altri due».

Uno di questi – L’allenatore carismatico – è stato scritto a quattro mani con Walter Zenga ai tempi in cui l’ex Uomo Ragno allenava il Catania. «Mi chiamò a casa e poi ci incontrammo a Coverciano».

Di seguito arriva la collaborazione con Roberto Boscaglia, all’epoca tecnico del Trapani neo promosso in serie B, uno che cura molto gli aspetti mentali e che per due stagioni lo ha voluto con sé in veste ufficiale come mental coach della formazione trapanese. «Ho conosciuto Boscaglia durante una vacanza in Sicilia tramite Antonello Brambilla e siamo entrati subito in sintonia perché Boscaglia ha sempre curato molto l’aspetto mentale come dimostra il fatto che sotto la sua guida alcuni giocatori che militavano in campionati dilettanti hanno ben figurato anche in serie B».

Da quella esperienza Stefano ha sempre continuato a crescere professionalmente, soprattutto sulle dinamiche del mondo del calcio arrivando a collaborare con calciatori professionisti che militano anche all’estero (tra i quali Cristiano Piccini, difensore dello Sporting Lisbona) arrivando a creare una struttura specifica per l’allenamento della mente che comprende un esclusivo metodo di lavoro: il Power Mind Program.

Ma chi è il mental coach? E quali sono le tematiche che deve affrontare nel rapporto con lo sportivo ed il calciatore in particolare? «Il Mental Coach deve convincere lo sportivo, è più semplice negli sport individuali, che ha un potenziale e ti indica il percorso per arrivare al massimo delle proprie prestazioni, gestire pensieri e stati d’animo e migliorare la concentrazione. Non è né uno psicologo né un motivatore. Ti faccio un esempio: a me non interessa se il giocatore soffre di ansia nel battere un rigore. Lo devo invece mettere in condizione di fare gol lavorando sul suo atteggiamento nel portarsi al tiro. Bisogna allenare il giocatore a rendersi conto che deve tenere accesa la concentrazione al momento senza stare a pensare a quello che era successo la gara prima o alle pagelle del giorno dopo. Soprattutto i portieri che hanno più momenti per pensare e per questo soggetti più delicati».

E per arrivare al massimo la mente come il muscolo deve essere allenata. «Costantemente. Nessuno nasce con la mente allenata. Ogni calciatore può riscrivere la propria storia ma per farlo bisogna lavorare costantemente. Il Metodo Power Mind Program aiuta il giocatore a capire che la partita si gioca nella sua mente e che l’avversario peggiore è lui stesso. Ricordo uno Spezia-Trapani nel quale prendemmo il gol del 3-2 al 92’. L’arbitro decise di assegnare un ulteriore recupero e la squadra tutt’altro che rassegnata si rovesciò in avanti arrivando al pareggio».

Tavoletti ha lavorato anche con calciatori reduci da gravi infortuni. «In questi casi il mental coach è molto importante perché deve cercare di allenare la mente del ragazzo solo a pensare in funzione del rientro all’attività».

Rispetto ad altre nazioni che ne hanno capito l’importanza,
in Italia la figura del Mental Coach non è ancora così sviluppata, ma Tavoletti è sicuro che avrà un futuro. «Ne sono certo. Anzi credo che il futuro di questa figura sarà sempre più presente sia negli allenamenti che il giorno della partita».

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